Correggi la postura e riduci il dolore durante lo smart working

Diciamo la verità, questa situazione sta cambiando la nostra vita, in tutti i sensi.

Avrai quindi sentito parlare in questo periodo di smart working.

Una nuova filosofia aziendale, flessibile negli orari e negli spazi lavorativi, che permette al lavoratore di avere un organizzazione quotidiana differente, senza compromettere il risultato degli obbiettivi aziendali, nella totale fiducia tra lavoratore e azienda.

Lavorare da casi sicuramente è comodo, eviti il traffico per andare a lavoro, puoi effettuare una chiamata importante in pigiama, e in futuro chissà, potrà diventare una prerogativa cardine delle assunzioni in azienda.

Ma lavorare in smart working , potrebbe non essere cosi comodo se non dottassimo delle posture corrette o atteggiamenti/comportamenti quotidiani  per evitare; problemi di schiena, di cervicale , mal di testa e stress psicosomatico.

 

Ed ecco che subentra il mio ruolo, quello di consigliarti ad affrontare la giornata lavorativa da casa, riducendo al minimo lo stress muscolo scheletrico, compromesso per esempio da una sedia troppo bassa, da un computer troppo lontano o da un divano troppo morbido.

 

  1. Se lavorate su una semplice sedia da cucina, quindi non la classica sedia da ufficio, il consiglio è quello di mettere un cuscino tra la sedia e la vostra colonna lombare, cosi da ridurre lo spazio tra la schiena e la sedia, e scaricare le tensioni muscolari della colonna lombare, evitando di “crollare su noi stessi” (SLUMP POSITION) . Potresti aggiungere anche un poggiapiedi come ulteriore aiuto.

 

 

In questo caso la meccanica dimostra come correggendo la nostra schiena da seduti,  mettendoci piu’ “dritti”, riduca la tensione posteriore.

Nb: Se non sei abituato a sorreggerti in maniera corretta autonomamente, per un tempo prolungato, inizia gradualmente ad abituartici, ricorda che la nostra postura e i nostri comportamenti sono fattori modificabili nel tempo. Quindi ci riuscirai sicuramente.

 

2. La seconda considerazione è la postazione del computer. Il computer deve essere posizionato davanti a           noi, in modo da non dover abbassare lo sguardo o avvicinarsi allo schermo ritrovandoci cosi:

 

Con il collo protratto in avanti, con la difficoltà di riuscire a leggere, strizzando gli occhi.

In questo caso molto utile è correggere la posizione del collo;  alzare il computer tanto da non doversi ritrovare a flettere il collo, o nella comune slump position, ed avvicinarlo a tal punto da non dover strizzare gli occhi.

 

 

Un esercizio molto utile in tal caso è quello della retrazione attiva della cervicale:

 

Consiglio di effettuare questo esercizio ogni 45 minuti.

 

3. Il terzo suggerimento è il movimento. Il movimento è fondamentale, alzati dalla sedia ogni ora e mezza, ed effettua dei semplici esercizi di mobilità del tronco delle braccia e del collo, fai un po di strechting dinamico dei muscoli del collo, aggiungici una corretta respirazione, cosi da ossigenare in profondità e ricaricarti per la prossima call.

 

Queste regole sono valide anche per i bambini, che giochino davanti la play station o che studino sui libri.

 

A presto.

 

 

 

 

 

 

 

GLI INFORTUNI NEL CROSSFIT.

Parliamo di Crossfit, o meglio, degli infortuni che questo modello di “allenamento” può causare!

Il Crossfit è un allenamento ad intervalli ad alta velocità, che ha come obbiettivo quello di migliorare la forza muscolare e la capacità respiratoria. 

Gli esercizi prendono forma da più discipline: Sollevamento olimpico, sollevamento pesi, ginnastica, aerobica e condizionamento metabolico.

Sappiamo che il bello del Crossfit, è la sua capacità ad allenare il proprio corpo, per modellarlo e definirlo, in breve tempo. 

Coordinazione, agilità, equilibrio, bruciare grassi (ecco perché fa gola a tanti) questi sono alcuni vantaggi.

Ogni forma di attività sportiva ha i suoi numeri di rischio. E per il CrossFit i numeri non sono maggiori ad altri sport.

Secondo studi scientifici per il Crossfit, la possibilità di avere un infortunio moderato/severo in un anno solare è del 19,4%,  basta pensare che per i Runner la percentuale è del 74%.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28363035

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26535325

Ma adesso andiamo ad analizzare quali sono i rischi per il CrossFit:

  1. I box. O meglio i Coach. Non tutti i coach sono preparati o meglio attenti, alle problematiche di ogni singolo atleta. Essendo una forma di allenamento che prende spunto dal sollevamento pesi e dalla ginnastica, avremo atleti più o meno preparati allo sforzo.  Quindi in questi casi bisogna saper far dosare il peso al proprio allievo, in relazione al suo limite, evitando sovraccarichi (principale causa “over use”) di lavoro in condizioni non ottimali. 
  2. La voglia di “esagerare” , si sa, il CrossFit ha come obbiettivo quello di migliorare quotidianamente la propria performance, si fa a gara a chi alza di più’, ci si allena anche due volte al giorno, e quando si ha poco tempo hai voglia di spaccare il mondo. Ed ecco l’errore.

Quali sono i distretti maggiormente colpiti da chi fa CrossFit?

  1. La Spalla: Lesione Cuffia dei Rotatori e sindrome da conflitto subacromiale. Esercizi in Overhead (Sopra la testa)
  2. Colonna Lombare : Ernia nel disco, dovuta ad esempio nella perdita della lordosi durante le alzate, dolore contratture muscolare quadrato dei lombi/medio gluteo, attivazione dei TriggerPoint con dolorabilità irradiata.
  3. Ginocchia: Rottura del menisco, lussazione di rotula. Dovuto in particolare ai repentini e continui esercizi in accovacciata, salti ed estensioni delle ginocchia. 

Da tenere sotto controllo sono invece i DOMS (Delayed onset muscle soreness) i cosiddetti dolori muscolari del giorno dopo. Sono dolori muscolari ad insorgenza ritardata che causano un indolenzimento al muscolo allenato, dovuto a piccole lacerazioni del muscolo per le sue contrazioni eccentriche. Questo dolore riduce il movimento e causa fastidi durante l’escursione articolare.

Per concludere il CrossFit è un allenamento completo, ma tiene bisogno di alcuni accorgimenti per evitare infortuni. Un buon istruttore, un perfetto controllo motorio del “core”, una forte resistenza del complesso muscolare.

Contattami per una valutazione del tuo problema!

Per il resto buon wod.

Dott. Manuel Angeletti 

DOLORI ALLA MANDIBOLA?

I sintomi relativi ai disturbi temporomandibolari sono vari e alquanto comuni.

Comprendono un gruppo di condizioni muscoloscheletriche e neuromuscolari che coinvolgono l’articolazione temporomandibolare (ATM in abbr.)  i muscoli masticatori e tutti i tessuti associati.

Tra i sintomi riconosciuti avremo:

1) Dolori rumori all’articolazione della mandibola (Scrosci, Crepitii, sensazione di “scatto”)
2) Dolore al collo con mal di testa associato
3) Dolori cervicali
4) Sintomi generali all’orecchio (come acufeni)
5) Capogiri o vertigini
6) Mal di denti

Dal punto di vista epidemiologico invece secondo Stowell et al. 2007 i disturbi temporo mandibolari sono secondi solo ai dolori lombari.

Colpisce il 10% degli adulti nella popolazione mondiale (Manfredini et al. 2011) e il 50% dei pazienti in studi odontoiatrici (Manfredini et al. 2011)

Segni e sintomi si manifestano in particolare tra i 18 e i 45 anni.

La severità e la cronicità di un disturbo temporo mandibolare è associato all’aumento di stress psicologico, al disturbo del sonno ed a altre comodità come disordini cervicali.

I disturbi temporo mandibolari possiamo suddividerli in 3 gruppi:

1) Il primo gruppo comprende i dolori di origine muscolare, che possono modificarsi attraverso le funzione o parafunzioni dell’articolazione stessa. Possono essere provocati anche da test manuali con accentuazione del dolore dei muscoli masticatori.

Ci sono la Mialgia Locale, dolore miofasciale e il dolore miofasciale riferito.

2) Il secondo gruppo comprende i disturbi di origine biomeccanica intracapsulare che coinvolge il complesso del condilo discale.

Quando noi apriamo e chiudiamo la bocca il “menisco” della nostra temporo mandibolare svolge un’azione di riduzione per permettere la corretta apertura e chiusura della bocca.
Può succedere che questa azione venga alterata con conseguente dislocazione del “menisco”.

 

 
3) Il terzo gruppo comprende Atralgia dell’ATM ossia dolore di origine articolare che si enfatizza con i movimenti della mandibola e test provocatori dell’articolazione stessa.

Sempre del terzo gruppo fa parte il disturbo degenerativo dell’articolazione, caratterizzato dal deterioramento del tessuto articolare.

Il trattamento o management di questi disturbi, prevede trattamenti manuali e miofasciali, esercizio terapeutico, educazione, trattamenti cervicali.
Secondo evidenze scientifiche i risultati ottenuti attraverso  la terapia manuale sono di grandissimo successo (Ismail et al. 2007, Carmeli et al. 2001, Haketa et al. 2010, yoshida et al. 2005, Schifmann et al. 2007)

Il classico dolore alla Mandibola e alla cervicale associato al MAL DI TESTA, è uno dei sintomi più frequenti.

Ma che cos’è la cefalea da problemi temporomandibolari?

E’ una forma di cefalea caratterizzata da:

– Ridotta o eccessiva mobilità delle articolazioni tempomandibolari.
– tensioni eccessive o debolezza e scarsa resistenza dei muscoli masticatori, dei muscoli sotto-ioidei e dei muscoli del rachide cervicale superiore (zona sotto-nucale) .
– presenza di aree neuro-miofasciali alterate (trigger point area) all’interno di muscoli specifici.
– alterazioni del controllo neuro-motorio cranio-mandibolare e cranio-cervicale (cioè del modo in cui si attivano e coordinano i muscoli)

Le cause:

– traumi alla mandibola, alla testa e al collo (per esempio colpo di frusta o cadute o colpi),
– condizioni stressanti ambientali, lavorative e emozionali,
– abitudini comportamentali micro-traumatiche (rosicchiare, mordere) o parafunzioni (bruxismo, serramento)
– posture, movimenti o gestualità lavorative ripetitive, eccessive o inconsuete,
– fattori genetici e squilibri ormonali
– lassità legamentosa e ipermobilità articolare

– sovraccarichi continui da attività sportiva o lavorativa,
– interventi chirurgici cranio-mandibolari o facciali,
– ortodonzia, uso di bite o altri presidi impropri
– patologie specifiche occlusali, dentali e dei tessuti del complesso cranio-mandibolare.
La Terapia:

La cefalea da disordine Temporo-Mandibolare è una condizione clinica facilmente gestibile e con ottimi risultati.
La terapia può essere di tipo farmacologico ma soprattutto di tipo non-farmacologico.
I farmaci, prescritti dall’ odontoiatra o dal medico maxillo-facciale insieme al medico neurologo specialista, sono utili per la gestione del dolore nelle fasi acute e dell’infiammazione nelle fasi sub-acute.

Come agisce la fisioterapia specializzata:

– educazione dei meccanismi del dolore
– tecniche manuali sui tessuti miofasciali per ridurre i sintomi, per ripristinare e migliorare il tono e l’estensibilità neuro-muscolare.
– tecniche manuali di manipolazione o mobilizzazione articolare per migliorare la mobilità,
– esercizi specifici di coordinazione e resistenza neuro-muscolare,
– esercizi di ergonomia posturale lavorativa e di autogestione delle parafunzioni,
– tecniche cognitivo-comportamentali per la gestione dei disagi psico-emotivi associati
– tecniche di rilassamento.

Per un consulto del vostro problema o per un primo appuntamento tel: 3293337225
Dott. Manuel Angeletti FT,OMT,QSC

MAL DI TESTA, UN AIUTO DALLA FISIOTERAPIA!

 

Il mal di testa o cefalea , è una patologia molto diffusa nel mondo, secondo la rivista “The lancet” ,che riporta i dati del Global Burden of Diseases Survey 2013, la cefalea, per relazione tra vita vissuta e presenza della disabilità, posiziona la cefalea come la terza causa di disabiltà al mondo. L’organizzazione mondiale della sanità invece, ha stimato che circa 600mila persone al giorno in europa restano al letto perdendo giornate di lavoro e di studio a causa di mal di testa.

Un altro dato rilevante è sull’emicrania, una tipologia di mal di testa molto diffusa, dove solo in italia ne soffrono 7,2 milioni ben il 12% della popolazione, in media 1 donna su 4.

 

mal di testa o cefalee si dividono in primarie e secondarie, quest’ultime si differenziano dalle prime perché causate da patologie e/o malattie gravi.

Le cefalee primarie invece rappresentano quelle più frequenti, dove la causa scatenante non è chiara ma non deriva da patologie e/o malattie gravi, fanno parte di questa categoria per esempio l’emicrania, la cefalea tensiva, la cefalea da disturbo temporo-mandibolare ATM, la cefalea da disturbi alimentari.

 

Spesso chi soffre di mal di testa riconosce quelli che vengono chiamati “sintomi scatenanti” ossia quel campanello di allarme che scatta = accende il mal di testa, come ad esempio sentire dolore cervicale prima dell’attacco.

 

 

 

Capita anche che la “mappa” del proprio mal di testa segua tracce ben definite, sia per la zona colpita sia per la durata e l’intensità dell’attacco.

Alcuni mal di testa per esempio possono colpire solo un lato della testa, altri possono alternarsi, poi ci sono mal di testa dove il paziente riferisce una fastidio pulsante sulla tempia un, “chiodo”,  o anche un senso di oppressione sulla nuca (peso sopra la testa), si possono aggiungere anche “sintomi di accompagno” come lo sbadiglio la nausea ,sensazione di vomito, il “food cravings” voglia di cibo, iperattività o ipoattività , fotofobia, fonofobia, disturbi della deglutizione.

Attacchi che possono durare minuti, ore, anche pochi giorni prima che passino.

 

 

 

 

La VALUTAZIONE del proprio mal di testa è FONDAMENTALE.

 

Esperti del settore sono Medici, Neurologi, Fisioterapisti specializzati, Psicologi e Nutrizionisti.

Il lavoro di equipe è alla base del network della clinica del mal di testa che vanta di collaborazioni in tutti i settori.

Una squadra di fisioterapisti specializzati in terapia manuale in tutta italia per la cura delle cefalee.

Per sapere dove siamo clicca qui: contatti clinica del mal di testa

Per informazioni : www.clinicadelmalditesta.it

www.malditestacivitavecchia.it

 

Per una valutazione del tuo mal di testa vieni a trovarmi.

Dott. Manuel Angeletti

 

 

 

 

 

 

Emicrania e Magnesio

MAL DI TESTA CON EMICRANIA e MAGNESIO

 

 

Intro

Il Magnesio

Magnesio e Emicrania

Rimedi naturali

 

Intro

L’emicrania è un mal di testa cronico , è una delle patologie piu’ diffuse, ed una delle principali cause di disabilità secondo l’OMS , oltre che causa di enormi costi per la collettività. Per approfondire leggi qui: mal-di-testa-e-emicrania

In momenti di squilibrio psico-fisico e in base alla suscettibilità della persona affetta, numerosi fattori possono scatenare o contribuire alla precipitazione e peggioramento di un mal di testa di questo tipo.

Per approfondire leggi qui: emicrania-e-fattori-trigger.

Un aspetto importante da considerare sempre in caso di emicrania è quello alimentare/nutrizionale. È fondamentale infatti verificare la presenza di deficit alimentari o di apporti nutrizionali sbilanciati, quindi la mancanza o riduzione di sostanze con un particolare e alto contenuto di sostanze nutritive per il sistema nervoso.

Per approfondire leggi qui: emicrania-e-nutrizione.

La terapia di profilassi per il mal di testa con emicrania con nutrienti in grado di supportare e agevolare il lavoro del sistema nervoso sta suscitando sempre più interesse e sta dimostrando grandi progressi, sia per l’efficacia dimostrata sia per l’assenza di effetti collaterali, favorendo cosi’ la compliance con paziente per i trattamenti a lungo termine.

Uno di queste principali sostanze nutritive “che fanno bene” è il magnesio (Mg).

 

Il Magnesio

Il Magnesio, nel nostro organismo, regola più di 300 reazione biochimiche: la funzione cardiaca, il funzionamento del metabolismo glicidico, il mantenimento dell’omeostasi corporea, oltre che a regolare la corretta funzione muscolare e nervosa del nostro corpo.

Per approfondire leggi qui: cure-naturali-il-magnesio

E’ stato dimostrato che il magnesio gioca un ruolo importante nei pazienti con mal di testa emicranico, poiché durante  la fase acuta dell’attacco (fase ictale) presentano una carenza significativa proprio di Mg.

Oggi si parla di “ipo-magnesemia” per indicare quella condizione di deficit di magnesio che sembra facilitare ed interagire negativamente con la crisi emicranica.

Questo è il motivo per cui è riconosciuto che l’apporto di Mg per via orale sia un ottima profilassi per il trattamento e per la riduzione di intensità dell’attacco acuto. Secondo autori, circa il 50% dei soggetti emicranici potrebbero avere un ottimo aiuto dall’assunzione di magnesio.

 

Magnesio e Emicrania

Ma dove agisce il magnesio, quale ruolo gioca in questo sistema?

E’ stato dimostrato che il magnesio ha un ruolo fondamentale nell’eccitabilità nervosa e muscolare, tanto che una sua carenza provoca una ipereccitabilità neuronale, causando un difetto metabolico mitocondriale. Il sistema nervoso della persona con emicrania tende già per natura a tale iper-attività e ad alterazioni metaboliche  che dunque vengono così amplificate.

Per approfondire leggi qui: emicrania-e-nutrizione .

Inoltre è stato dimostrato che il magnesio agisce sul recettore della Seratonina.

La Seratonina è nota come l’ormone della felicità, ormone che regola l’umore, il ciclo sonno-veglia, l’appetito e favorisce la riduzione dello stress.

Per approfondire leggi qui: serotonina-come-aumentarla in modo naturale.

Studi recenti hanno dimostrano che il 50% dei pazienti affetti da mal di testa presenta bassi livelli di magnesio a livello intracellulare, rispetto al 31% di norma.

Uno studio di (Thomas 2000) ha dimostrato come su pazienti di età compresa fra i 15 e 65 anni, affetti da emicrania, un apporto di magnesio in dosaggio 600mg/die per dodici settimana, abbia ridotto drasticamente con un 40% la frequenza degli attacchi.

Un deficit bioenergetico di magnesio può ovviamente consumarsi anche a seguito di una intensa attività sportiva, non supportata da una corretta alimentazione e da una corretta integrazione supplementare , andando cosi’ a condizionare in maniera peggiorativa gli attacchi di pazienti sportivi con mal di testa da emicrania.

 

 

Rimedi naturali

L’assunzione di magnesio è oggi spesso raccomandata in caso di emicrania. Ci sono numerosi prodotti tra cui in particolare:

Magnesio-Supremo-polvere

Partenza

Migratens

Microbi e alimentazione: tutti i segreti dei batteri che vivono nel nostro intestino

da il fattoalimentare.it

Numerose ricerche hanno ormai dimostrato che il nostro organismo accoglie miliardi di batteri, che non sono semplici “ospiti” ma hanno un forte impatto sulla salute, anche in modi inaspettati. Si parla di solito di microbioma, o di microbiota. Quest’ultimo termine è più preciso quando si intende l’insieme dei microrganismi, mentre il microbioma indica piuttosto i geni (il genoma) degli organismi che formano il microbiota. Spesso però i due termini sono usati come sinonimi. I batteri ricoprono il nostro corpo e si trovano dappertutto, dal cuoio capelluto alle dita dei piedi, anche se quelli più numerosi e interessanti, sono quelli intestinali: centinaia di specie, che si sono evolute insieme all’uomo e contengono un numero di geni 500 volte superiore a quello umano.

Questi microrganismi svolgono numerose funzioni utili: demoliscono i polisaccaridi della fibra alimentare che i nostri enzimi non sono in grado di scindere, inoltre, come “guardiani”, difendono l’intestino contrastando l’azione dei batteri patogeni e l’ingresso di tossine. Queste funzioni sono note da tempo. Recentemente si è visto che, quando il microbiota è alterato (cioè in condizioni di “disbiosi”), può produrre sostanze che favoriscono l’obesità e la sindrome metabolica, un insieme di anomalie – fra cui accumulo di grasso addominale, eccesso di trigliceridi nel sangue, ipertensione arteriosa – correlate a una maggiore possibilità di andare incontro a malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2.

intestino
Condizioni di obesità e sindrome metabolica sono associate ad un’alterata composizione microbica nell’intestino

Agiscono inoltre sul sistema immunitario e sui processi infiammatori – e quindi anche su allergie, intolleranze e malattie autoimmuni – e sui meccanismi che regolano lo sviluppo dei processi cancerosi (il cancro al colon, per esempio, è associato a specifiche popolazioni batteriche). Secondo alcuni studi il microbiota potrebbe avere effetti anche sulla comparsa del morbo di Parkinson. Appare allora sempre più importante capire quali sono i fattori che regolano l’attività del microbiota. Ogni individuo ha una propria popolazione correlata sia ad aspetti genetici che all’ambiente, quindi allo stile di vita (dove e con chi viviamo, se abbiamo animali, ecc…), ai farmaci che vengono assunti e a ciò che mangiamo.

La principale attività metabolica dei batteri del colon (regione dove i batteri intestinali sono più numerosi) è la degradazione della fibra alimentare che porta alla produzione di molecole in parte utilizzate come “carburante”, e in parte destinate a regolare l’attività di cellule e tessuti. La carenza di fibra, tratto comune delle diete occidentali, può influenzare il microbiota dato che la fibra è il principale nutrimento dei microrganismi. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Molecular Cell, topi nutriti con una dieta equilibrata hanno un microbioma diverso rispetto a quello di topi che seguono una dieta con poche fibre, ricca di grassi e zuccheri semplici (la cosiddetta “dieta occidentale”). Nel secondo caso aumenta la produzione di sostanze che regolano l’attività di alcuni geni e quindi le funzioni delle cellule di fegato, colon e tessuto adiposo. Ciò che mangiamo, quindi, oltre ad avere un effetto diretto sul nostro metabolismo, perché fornisce energia e “mattoni” per rinnovare i tessuti,  condiziona i batteri che formano il microbiota e le sostanze che questi producono. (leggi articolo)

intestino
Un’alimentazione ricca in fibra influenza positivamente i batteri che vivono nel tratto intestinale

L’effetto sul microbiota di una dieta con una maggiore o minore componente vegetale è stato osservato anche confrontando popolazioni diverse. Il microbiota degli agricoltori Bantu, che hanno uno stile di vita intermedio fra quello delle tribù di cacciatori-raccoglitori e quello di chi vive nei Paesi industrializzati, ha caratteristiche intermedie fra questi due gruppi. In generale, il microbiota di popolazioni che consumano più fibre è più variegato, mentre quello degli “occidentali” è più monotono; ci sono poi ceppi batterici che compiaiono in modo caratteristico solo in particolari condizioni.

I rapporti causa/effetto fra ciò che mangiamo, le modifiche del microbiota e gli effetti sulla salute, sono molto complessi e per il momento sono note solo alcune correlazioni. È però evidente che quando si parla di obesità, non è più sufficiente considerare l’apporto energetico (le calorie) ma sarebbe necessario tener contro dei fattori in grado di influenzare il microbiota intestinale. Evidenze recenti mostrano che grassi, proteine e carboidrati non sono gli unici nutrienti a modulare la composizione e la tipologia del microbiota. Questo potrebbe essere influenzato anche da sostanze presenti in piccole quantità, ma molto diffuse nei cibi industriali, come emulsionanti e dolcificanti artificiali.

intestino
I batteri che vivono nell’intestino potrebbero essere influenzati negativamente da alcuni additivi presenti nei cibi industriali

Secondo una ricerca condotta dal dipartimento di Scienze biomediche della Georgia State University, pubblicata sulla rivista British medical journal, gli emulsionanti carbossimetilcellulosa e il polisorbato 80, molto usati dall’industria alimentare, sono in grado di modificare il microbiota alterandone l’espressione genetica in modo da favorire i fenomeni infiammatori e la comparsa di sindrome metabolica. Le due sostanze prese in esame da questo studio, indicate con le sigle E 433 (polisorbato 80) ed E 466 (carbossimetilcellulosa) si possono trovare in molti alimenti perché sono utilizzati nell’industria alimentare per aumentare la stabilità e la durata di prodotti da forno, salse, creme e gelati.  Secondo gli autori, l’utilizzo generalizzato di emulsionanti, in grado di  alterare lo strato di muco che protegge la parete intestinale e di modificare il microbiota, potrebbe contribuire all’aumento dell’incidenza di obesità, sindrome metabolica e malattie infiammatorie intestinali.

Le ricerche sul microbiota aprono sempre nuovi scenari abbastanza inediti. In campo medico, per esempio, queste conoscenze hanno portato a sperimentare il trapianto fecale: preparati ricavati da feci di individui sani (che contengono i batteri intestinali), somministrati per via orale, possono curare disturbi difficili da trattare come la colite pseudomembranosa (provocata da Clostridium difficile, batterio resistente agli antibiotici) o la colite ulcerosa.

In attesa che siano messi a punto metodi per analizzare il microbiota di ogni individuo in modo da elaborare terapie e diete personalizzate, queste ricerche confermano quanto l’alimentazione “occidentale”, povera di fibre, ricca di grassi e zuccheri semplici, oltre che di additivi, incida sullo stato di salute. Senza pensare di tornare a cucinare tutto in casa, cosa che non è possibile, né auspicabile, è sempre importante limitare il consumo alimenti industriali, evitando quelli più ricchi di additivi.

10 cose da sapere sul mal di schiena

Contenuti da Mary O’Keeffe et al.

  • IL MAL DI SCHIENA È COMUNE

Il mal di schiena può arrivare ad essere doloroso e preoccupante, ma è molto diffuso e raramente risulta pericoloso. L’84% delle persone nel mondo, ad un certo punto della propria vita, incorre in un mal di schiena, senza rilevanti differenze tra le differenti fasce d’età.

  • LE IMMAGINI DIAGNOSTICHE PER IL MAL DI SCHIENA RARAMENTE SONO NECESSARIE
    E POSSONO ESSERE CONTROPRODUCENTI

Le immagini sono importanti solo quando vi sia il sospetto di gravi patologie (cancro, fratture, infezioni), quindi, solo nell’1% dei casi di mal di schiena nel mondo. Le immagini mostreranno quasi sempre qualcosa scarsamente correlabile al mal di schiena. Molti di questi reperti clinici sono comuni nelle persone asintomatiche.

  • È DIFFICILE DANNEGGIARE LA SCHIENA

La maggior parte delle persone crede di dover proteggere la propria schiena. Studi scientifici hanno mostrato che le strutture della schiena non possono “andare fuori posto” o “accavallarsi”. Questo concetto è incorretto e ha portato a paure, atteggiamenti protettivi, limitazioni e disabilità.
LA SCHIENA È PROGETTATA PER
PIEGARSI E SOLLEVARE PESI
Come un ginocchio può essere indolenzito dopo un’attività a cui non si è abituati, le persone possono avvertire un dolore alla schiena quando sollevano goffamente qualcosa oppure quando fanno qualcosa che non sono soliti fare. Il punto è abituarsi all’azione e lasciare che il corpo si adatti a differenti tipi di carichi e pesi.

  • PUOI AVERE MAL DI SCHIENA SENZA CHE CI SIANO DANNI O LESIONI

Il dolore può essere scatenato da molti fattori: fisici, psicologici, sociali, di salute e legati allo stile di vita. Questo significa che tu potresti sentire più dolore quando ti muovi o quando provi a fare qualcosa, anche se non stai danneggiando la tua schiena.

  • NON CURARE IL TUO MAL DI SCHIENA STANDO FERMO E NON AVER FRETTA DI OPERARTI

Dagli studi scientifici risulta evidente che mantenersi attivi e tornare gradualmente alle consuete attività è fondamentale per facilitare il recupero. Raramente la chirurgia è un’opzione per il mal di schiena. Bisognerebbe sempre intraprendere in primo luogo un percorso non chirurgico che includa attività ed esercizi..

  • GLI ESERCIZI FANNO BENE PER IL MAL DI SCHIENA MA LA GENTE SPESSO HA PAURA

Gli esercizi fanno bene per il mal di schiena, e l’esercizio migliore è quello che ti piace. Almeno 30 minuti al giorno è la quantità che dà i maggiori benefici, ma qualsiasi volume di esercizio tu possa svolgere ti darà effetti positivi.

  • NEL MAL DI SCHIENA NON È DETTO CHE I FARMACI POTENTI DIANO I MIGLIORI RISULTATI

Studi scientifici hanno dimostrato che gli antidolorifici più potenti non danno un sollievo maggiore rispetto a opzioni più semplici e che, in realtà, è più probabile che siano dannosi.

  • ATTENTO A QUEL CHE TI VIENE VENDUTO: INTERNET, RIMEDI BIZZARRI E MODE

Molte terapie non sono ancora state provate e forse stai buttando il tuo denaro, e qualora siano state testate spesso i risultati sono scarsamente significativi.

  • IL MAL DI SCHIENA PUÓ MIGLIORARE

Certo! Puoi avere un infortunio alla tua schiena ma, tranquillo, migliorerà.

 

La corsa rinforza i dischi intervertebrali

Articolo di Samuele Passigli pubblicato su fisiobrain.com

I tessuti si adattano al carico. Nel 1892, Wolff ha descritto per la prima volta la teoria dell’adattamento osseo al carico. Successivamente, numerosi studi hanno confermato un effetto benefico (osteogenico) dei protocolli di carico per l’osso. Questo adattamento al carico non è stato indagato per il disco intervertebrale (IVD).
In questo studio trasversale gli autori hanno ipotizzato la presenza di una qualità tissutale migliore nei runner rispetto ai soggetti non attivi. E’ stato inoltre ipotizzato un effetto dose-dipendente dei diversi volumi di corsa.
Sono stati inclusi soggetti con età compresa tra 25 e 35 anni: soggetti non attivi, runner che correvano distanze comprese tra 20 e 40 km a settimana, runner che correvano oltre 50 km a settimana.
I risultati dello studio hanno mostrato che i runner hanno una maggiore idratazione e un maggior contenuto di glucosaminoglicano rispetto ai soggetti non attivi. Questo effetto è presente in tutti i livelli vertebrali compresi tra T11/T12 e L5/S1. L’effetto della corsa sull’idratazione dei IVD e sul contenuto di glucosaminoglicano è maggiore a livello della regione centrale del nucleo rispetto all’anulus. L’altezza dei IVD, relativa a quella dei copri vertebrali, indice di ipertrofia dei IVD, è maggiore nei runner che percorrono lunghe distanze. Esaminando i singoli livelli vertebrali, questo effetto è presente nei livelli compresi tra L3/L4 e L5/S1. Questi effetti sono presenti in entrambi i sessi, senza differenze statisticamente significative tra maschi e femmine.

Questo studio fornisce la prima evidenza che l’esercizio fisico potrebbe modificare in modo positivo i IVD. L’ipertrofia dei IVD potrebbe rappresentare un adattamento al carico nei runner abituali.
Nella popolazione generale, i IVD della regione lombare sono più frequentemente interessati da fenomeni degenerativi e i carichi ripetuti della colonna sono considerati fattori contribuenti per lo sviluppo di questa degenerazione. Ma, nonostante i carichi ripetuti a cui è sottoposta la colonna durante la corsa, i runner inclusi nello studio non hanno mostrato alcune effetto negativo a livello dei IVD nei segmenti lombari. Di contro, i runner che percorrevano lunghe distanze hanno mostrato segni di una maggiore idratazione e di un contenuto maggiore di glucosaminoglicano nei IVD lombari rispetto ai soggetti non attivi. Inoltre, l’ipertrofia dei IVD conseguente alla corsa abituale era maggiore proprio a livello lombare.
Questi risultati mostrano che il carico assiale ripetitivo sulla colonna durante la corsa potrebbe rappresentare una strategia per migliorare i IVD.
E’ importante considerare le limitazioni di questo studio. Il disegno di questo studio non permette di escludere i fattori confondenti, come le differenze nella funzionalità muscolare, nell’alimentazione e nel sistema ormonale tra i runner e i soggetti inattivi. Sono quindi necessari ulteriori studi per confermare gli adattamenti al carico sui IVD determinati dalla corsa e delineare delle linee guida per “rinforzare” i IVD individuando un carico ottimale.
Sapere che i IVD rispondono a certe tipologie di carico e comprendere quale sia il carico ottimale potrebbe migliorare le strategie per la gestione e la prevenzione della lombalgia.

Manuel Angeletti specialista TMA

Manuel Angeletti Fisioterapista, specialista #TMA ® al #Democenter.